Riflettere sul passato per costruire il futuro

Nella società della globalizzazione “mordi e fuggi” tutto avviene “in tempo reale”, vale a dire che
ogni evento viene vissuto e consumato nello spazio della propria durata che è per sua natura
occasionale o passeggero. Accade così che anche la fruizione dell’arte finisce per diventare uno
stimolo occasionale, incapace di riflettere e far riflettere.
L’operazione che sta portando avanti Evan De Vilde contrasta con questo assunto in maniera
radicale giacché presuppone un esercizio di rielaborazione e sintesi di canoni artistici universali, in
una dimensione spazio-tempo senza confini. L’artista infatti ha deciso di coniugare l’antico con
l’attualità, andando a scovare ogni volta reperti di un passato archeologico, spesso del tutto
dimenticati o maltrattati, per inserirli in una temperie contemporanea attraverso l’abbinamento per
cosi dire di oggetti del suo e nostro tempo. De Vilde in questo è un operatore insolito ed originale
nel panorama artistico. Potremmo infatti definirlo un ostinato archeologo (o forse perfino
speleologo) che va a scovare nei relitti dell’antichità i resti di una esperienza dimenticata e li
riaccende tanto per dire con una sensibilità tutta presente e soprattutto in grado di definire un tempo
“contraddicendolo”, ovvero offrendoci uno spaccato culturale ed esistenziale che al di là del fascino
che emana ci impone un momento di assorta ma fruttuosa riflessione.
L’operazione di De Vilde sortisce un duplice risultato. Diremmo un effetto ricognitivo ed un altro di
straniamento. Sulla prime cioè l’opera sulla quale l’artista si esercita può suscitare nello
spettatore/fruitore una difficoltà appunto d’interpretazione,la quale nasce fondamentalmente dalla
difficoltà di decifrare il contenuto o l’oggetto del suo lavoro, abituati come siamo a riconoscere e
capire unicamente le risultanze dei nostri ambiti quotidiani. Ma quando poi l’occhio scava più a
fondo ecco sopraggiungere l’effetto straniamento, vale a dire lo stupore (ma poi anche la
consapevolezza) di trovarsi di fronte ad un logos remoto che si combina efficacemente con la nostra
prassi ed anzi la riaccende di nuovi significati e impreviste energie. L’antico vaso Ming ad esempio
non è soltanto un reperto di uno scolorito passato, scovato magari per caso ed a stento riconosciuto,
ma una presenza viva, capace di colloquiare felicemente con il libretto rosso di Mao, per ricordarci
se non altro che un unico filo collega l’umanità di tutti i tempi. Allo stesso modo la scansione delle
bottigliette prodotte dall’industria multinazionale e destinate all’ effimero e perituro commercio
della globalizzazione sembra acquistare nuova vita e ritrovata dignità nel confronto/scontro con
l’anfora greco-romana. Ma è forse nella riproposizione degli antichi manoscritti riconquistati
attraverso gli “strappi” del tempo che l’operazione di De Vilde si precisa nella sua struggente
innovazione. Qui si ricostruisce il senso della scrittura, del logos appunto riscoperto ma più ancora
“ritrovato” nel suo valore essenziale, nel suo significato più vasto, tenendo presente appunto che il
termine si ricollega al verbo leghein che significa conservare, raccogliere.
A questo punto l’osservazione delle opere di De Vilde diventa più chiara, l’interpretazione si fa
meno oscura e per così dire meno personale: l’intento è quello di riappropriarsi della memoria
passata per continuare un certo discorso e per poter costruire un’ipotesi di futuro, nella
consapevolezza “vichiana” che senza memoria non ci potrà mai essere alcuna premessa di rinascita
per i tempi a venire.

Antonio Filippetti

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